CD "Antonio Freschi" con Lucio Degani e Andrea Rucli

freschi cd booklet 300

Uscita per la casa bolognese Bongiovanni la nuova produzione discografica della Gaggia.

Il CD contiene le pagine più importanti del compositore e violinista cordovadese Antonio Freschi

Il lavoro di ricerca sul territorio regionale porta la Gaggia ad una nuova pubblicazione discografica, ultimo esito editoriale del convegno realizzato su Antonio Freschi nel maggio 2009. L'incontro di studio aveva già prodotto l'edizione del libretto degli atti nel 2011 e ora è completato con la raffinata edizione della prestigiosa e storica casa bolognese.

Piccolo Mondo Antico

L’Ottocento musicale italiano rappresenta ancora un ambito culturale di complessa decifrazione. In quel secolo, nelle nostre terre, la prevalenza del teatro musicale su ogni altro genere è assodata: per popolarità, per conseguenze e influenze sociali, per ricavi economici e anche per esiti artistici. È altrettanto vero che, con illogico e ingiustificato pudore, sono stati spesso – soprattutto nel secolo scorso – accantonati e pressoché sottratti a una critica comparativa i prodotti compositivi sinfonici e cameristici italiani di quel lungo periodo.

Il XIX secolo, età aurea del melodramma nazionale, coincide in Italia con una netta decadenza della musica strumentale, cameristica e sinfonica ancor più che solistica, dimenticata soprattutto dalla pubblica fruizione, che giunse a far coincidere la produzione musicale profana con il teatro musicale o – di nicchia e tardivamente – con la romanza da salotto, un prodotto comunque, per contenuti e per vocazione, ben diverso dal Lied.

Dalla metà del secolo, però, si scorgono segnali di un risveglio dell’interesse per la “musica senza parole”: l’attività divulgativa di alcuni compositori e la diffusione, sia pur limitata ad ambienti riservati, del repertorio romantico centroeuropeo migliorarono la situazione. Un’esperienza però era andata definitivamente perduta, quella del progressivo sviluppo della temperie romantica dalle forme settecentesche attraverso le esperienze che dai grandi nomi del classicismo viennese, con il tramite beethoveniano, aveva condotto alle mobili inquietudini sonore di Schubert, Schumann e Chopin.

Più note nella penisola erano le esperienze virtuosistiche scaturite dalla lezione paganiniana e dalla sua fortunata ricezione in tutta Europa, accolte e parafrasate da Liszt, dai suoi rivali e seguaci che spesso effettuarono tournée in terra italiana. Abbastanza diffusa era anche la conoscenza della stagione Biedermeier viennese, soprattutto – per ovvi motivi – nel Nord, così come delle salottiere romanze senza parole di Mendelssohn e del repertorio cameristico minore costituito da danze, cavatine e pagine pianistiche d’effetto di autori quali Heller e Thalberg.

Ed è proprio a questo repertorio strumentale, un amalgama di virtuosismo, mondanità, oleografia e cantabilità sublimata che fanno riferimento le musiche qui raccolte. I tre autori proposti risultano saldamente relazionati tra loro e appartengono a contesti musicali e culturali contigui. Il conte Antonio Freschi (Cordovado in provincia di Udine, 1838 - ivi, 1916) appartiene a quella frangia illuminata della nobiltà friulana della quale facevano parte i Colloredo Mels, i Beretta, i Valentinis, gli Altan, che nel corso del XIX secolo tentavano di giustificare tramite l’impegno artistico i residui privilegi riservati all’aristocrazia provinciale. Riguardo alle capacità musicali di Freschi così si esprimeva Antonio Bazzini (Brescia, 1818 - Milano, 1897), maestro e amico del conte: «Ti assicuro che suona il violino, e vi canta sopra come pochi potrebbero farlo». E Bazzini risulta credibile, in quanto fu uno dei pochissimi strumentisti italiani del tempo a poter vantare una vasta esperienza e una notorietà di dimensioni europee: studi a Lipsia, concertismo in Germania, Danimarca, Francia, Spagna e Polonia con il viatico positivo di Paganini, Schumann e Mendelssohn, docente di composizione e direttore del Conservatorio di Milano, maestro di Puccini, autore di un buon catalogo sinfonico e cameristico.

L’affermazione sopracitata su Freschi è contenuta in una lettera inviata da Bazzini all’editore Tito Ricordi, padre di Giulio (Milano, 1840 - ivi, 1912) che gli subentrò nel 1888 nella direzione di Casa Ricordi e che, con lo pseudonimo di Jules Burgmein, compose e si autopubblicò alcune composizioni. Sempre presso Ricordi vennero date alle stampe varie composizioni di Bazzini e Freschi: ecco accennato l’intreccio tra i tre autori compresi in questo CD. I brani in esso compresi possono essere solo per alcuni aspetti ricondotti alla tipologia della romanza e della Salonmusik, ovvero a quei generi che nel corso dell’Ottocento, soprattutto nella prevalente disposizione vocale, si diffusero capillarmente negli ambiti borghesi europei. La romanza strumentale mantiene la predisposizione alla cantabilità e al lirismo trasponendoli in un assetto melodico enfatizzato, spesso caratterizzato da toni di aperta e facile affettuosità.

A complicare la collocazione e la classificazione delle composizioni di Freschi e Bazzini interviene però la frequente propensione per una scrittura violinistica piuttosto virtuosistica, inadatta a una destinazione parallela a quella della Hausmusik per dilettanti. Si tratta quindi di brani abbastanza brevi, dall’aperta cantabilità, di fruizione agevole e lineare, ma di coefficiente tecnico-esecutivo abbastanza elevato, destinati quindi a una esecuzione concertistica competente.

Antonio Freschi può essere in qualche modo considerato un discendente di quella nobiltà della Serenissima cui appartennero, ad esempio, Alessandro e Benedetto Marcello o Tommaso Albinoni, il quale si definiva musico di violino dilettante veneto per rimarcare come il proprio impegno compositivo ed esecutivo fosse espletato per diletto e non per lavoro o per committenza, appartenendo a uno strato sociale che non necessitava di alcuna attività per il proprio sostentamento. Il termine “dilettante” non aveva ancora assunto quel connotato riduttivo o perfino spregiativo che possiede oggi.

Fino a un secolo fa nel palazzo Freschi di Cordovado le sessioni di musica da camera tra familiari e amici erano una consuetudine pressoché quotidiana. Lo strumentario familiare a disposizione comprendeva un paio di violini Stradivari (uno fu donato a Bazzini) e un Guarneri, anche se il conte sembra prediligesse un Goffriller; una viola Maggini che sembra sia stata acquistata per quattro soldi da un gruppo di zingari girovaghi in Cordovado, poi posseduta da Dino Asciolla e ora da Danilo Rossi, prima viola alla Scala, e ancora un violoncello ¾ Amati.

Con questo background Freschi intraprese un’attività concertistica che, dagli esordi udinesi degli anni 1851/56 lo porterà, grazie anche all’insegnamento e alla tutela di Bazzini, a una tournée in Germania insieme al pianista Cesare Pollini e a numerose esibizioni in terra italiana. Delle sue composizioni si sono salvate solo quelle date alle stampe, in quanto tutti gli autografi manoscritti sono scomparsi dalla residenza di Cordovado durante l’occupazione asburgica del 1917/18. Possediamo un florilegio di brani per violino e pianoforte, una romanza vocale e un quartetto per archi, mentre abbiamo notizia di altre opere disgraziatamente perdute, tra cui un concerto per violino eseguito con successo a Brescia. Quasi tutte le opere rimasteci furono stampate presso Ricordi a Milano o presso Zanibon a Padova.

Tutti i brani di Freschi risultano pubblicati tra il 1865 e il 1915 e costituiscono una gustosa miniatura di un caratteristico ambiente musicale strumentale italiano, fedele alla propensione melodica dilagante nel teatro lirico e contemporaneamente non ignaro degli esiti coevi d’Oltralpe. Essi risultano formalmente e armonicamente tradizionali, talvolta ingenui nella condotta drammatica, ma spontanei e vigorosi, quasi un’emanazione della schietta fiducia postunitaria in una ricostruzione anche musicale d’Italia, sorta da un Risorgimento al quale, tra l’altro, il conte Antonio aveva dato il proprio contributo militando nelle schiere garibaldine durante i combattimenti sull’Aspromonte del 1862. Un’eleganza a volte un po’ superficiale ma mai sprovveduta aleggia in questi pezzi di carattere, nei quali il violinista è spesso chiamato a sfoggiare una tecnica davvero evoluta, congiuntamente a una vena espressiva capace di destreggiarsi tra patetismo e ironia, tra evocazioni d’ambiente (per esempio in Souvenir des Alpes, 1915) ed esuberanti atmosfere danzanti popolaresche (Festa Campestre, 1865) rese con piglio divertito e umoristico, con una sorta di affettuoso e aristocratico distacco. Una scrittura che ricorda alquanto quella di Henryk Wieniawski è riscontrabile nel capriccio Urisda (1915): una conferma di come la scrittura di Freschi, derivatagli dalla lezione di Bazzini, non sia di diretta ascendenza paganiniana, ma risulti per alcuni aspetti più vicina alla scuola nordeuropea.

Quale completamento dell’affresco d’ambiente troviamo nel CD il galop (1880 circa) per pianoforte a quattro mani di Giulio Ricordi - Burgmein, un divertimento sulla rumoristica del tramway che è chiamato a rappresentare la modernità fin de siècle, e due brani più formalizzati di Bazzini tra cui una Fantasia sulla Traviata (1871) che parafrasa i noti temi verdiani in un complesso bravurismo violinistico di sicura presa sul pubblico dell’epoca.

Dall’ascolto dei dieci brani deriva un vago senso di nostalgia per un piccolo mondo antico che rappresenta l’ “altroieri” musicale del nostro paese e lo ritrae lasciandoci l’impronta di un affascinato sorriso verso un passato troppo vicino per divenire oggetto di autentico rimpianto e nello stesso tempo ancora così lontano dalle inquietudini e dalle rivoluzioni di linguaggio che a cavallo dei due secoli pervaderanno ogni arte.

Umberto Berti

 

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